Il fatto
Omar Pedrini, volto storico della musica bresciana, torna a fare teatro canzone con uno spettacolo incentrato sul "saper vivere". Un ritorno che promette riflessioni e musica, organizzato in spazi che, come al solito, richiedono il biglietto per entrare.
La storia
Immaginate la scena. Uscite dal lavoro, magari avete passato otto ore a sbattere la testa in officina o a correre tra un ufficio e l'altro in centro, con il traffico che vi mangia l'anima. Avreste voglia di qualcosa che vi faccia sentire vivi, di una voce che parli di noi, della nostra terra, di come si sta al mondo senza impazzire. Eppure, per fare questo, dovete controllare il portafoglio.
Il teatro canzone di Pedrini è una cosa preziosa, non c'è dubbio. È cultura che parla la nostra lingua, non quella dei libri polverosi che non abbiamo mai aperto. Ma c'è un problema di fondo: queste cose succedono in luoghi che sembrano fatti apposta per farci sentire "fuori posto". Entri, vedi le poltrone di velluto, senti l'aria di chi sa stare al mondo e ti chiedi se sei nel posto giusto o se dovresti stare fuori a guardare la vetrina.
Te lo spiego io: non è che non ci piaccia l'arte. È che ci siamo stufati di dover chiedere il permesso (e pagare il pizzo del biglietto) per accedere a ciò che dovrebbe essere il cuore pulsante della nostra città. Il "saper vivere" di cui parla Pedrini è bellissimo, ma per molti di noi il saper vivere oggi significa fare i conti per arrivare a fine mese, non scegliere tra un libro e una cena.
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto. Qualcuno ha già deciso per noi che la cultura deve stare chiusa in una scatola con l'ingresso a pagamento. Chi paga? Paghiamo noi, i cittadini, che se vogliamo un po' di bellezza dobbiamo staccare un assegno. Ma non è normale che l'unico modo per ascoltare un artista della nostra terra sia passare per una cassa automatica o un sito di ticketing che ti carica pure il costo del servizio.
Chi incassa? Incassano i gestori degli spazi, le agenzie che organizzano, quelli che vedono l'arte come un prodotto da vendere a fette. Certo, l'artista deve mangiare, è ovvio, ma il sistema è fatto in modo che tra chi suona e chi ascolta ci sia sempre un muro di soldi. Hai capito bene: un muro.
Ci tocca accettare che la cultura sia diventata un "evento". Non più un incontro tra persone, non più un momento di condivisione in piazza o in un centro sociale dove chi ha dieci euro mette dieci euro e chi non ne ha mette la voglia di stare insieme. No, ora è "lo show", con l'orario preciso, il posto assegnato e il divieto di fare rumore.
Eppure basterebbe cambiare prospettiva. Basterebbe che i luoghi della cultura smettessero di comportarsi come hotel a cinque stelle e tornassero a essere case del popolo. Invece, ancora noi, ci troviamo a chiederci se possiamo permetterci di andare a sentire un uomo che ci parla di come vivere bene, mentre fuori la vita ci sta schiacciando con affitti che non possiamo più pagare e stipendi che sono rimasti agli anni Novanta.
Il conflitto è semplice: da una parte c'è il desiderio di bellezza, dall'altra c'è chi ha trasformato quella bellezza in un business di nicchia. Se il teatro canzone serve a risvegliare le coscienze, allora dovrebbe iniziare risvegliando chi gestisce i teatri. Non potete parlare di "saper vivere" se poi create barriere che impediscono a metà della città di entrare nella sala.
Siamo stanchi di essere i "clienti" della cultura. Vorremmo tornare a essere i protagonisti. Perché quando l'arte diventa un prodotto, smette di essere un servizio per la comunità e diventa un lusso per chi ha il tempo e i soldi di frequentare i circoli giusti. E a noi, che lavoriamo sodo, resta solo di leggere la notizia sul giornale e sospirare.
E allora?
Il ritorno di Pedrini è una notizia fantastica, ma resta un sapore amaro. Perché a che serve un messaggio di vita se il modo in cui lo distribuiamo è quello di un supermercato?
Non è ora di chiederci perché la cultura a Brescia debba ancora passare per il portafoglio di pochi, invece di essere un respiro per tutti?