Il fatto
Il Museo Diocesano di Brescia presenta una nuova strategia di "accoglienza" per valorizzare le opere d'arte sacra e i tesori della città. L'obiettivo dichiarato è rendere il patrimonio più accessibile e inclusivo per i visitatori di ogni tipo.
La storia
Provate a fare un giro per Brescia in un pomeriggio di pioggia, di quelli che ti entrano nelle ossa. Hai voglia di vedere due quadri, di stare un po' al caldo tra le mura di un museo, magari portare i nipoti a fargli vedere che la nostra città ha una storia che non sta solo nei libri di scuola. Ti organizzi, prendi la macchina, cerchi parcheggio in centro (impresa impossibile, come sempre) e arrivi davanti alla porta.
E lì, sorpresa. Magari è l'orario di chiusura, o è un giorno in cui "non si riceve", o c'è un evento privato per pochi eletti. Ti ritrovi davanti a un portone chiuso mentre dentro, probabilmente, c'è qualcuno che decide come dovremmo "sentirci accolti". Hai capito bene: l'accoglienza, in questi casi, sembra un concetto che esiste solo nelle brochure patinate o nei comunicati stampa scritti da chi non ha mai provato a fare la fila per un biglietto.
Non è che non vogliamo l'arte, anzi. Ma l'arte che sta chiusa a chiave, o che è accessibile solo se hai il contatto giusto o se ti muovi esattamente nei dieci minuti di finestra concessi dalla gentilezza di qualcuno, non è accoglienza. È un privilegio. E a Brescia siamo abituati a lavorare sodo per meritarci le cose, non a chiedere per favore di poter entrare in un posto che, di fatto, appartiene alla memoria di tutti noi.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto. Quando si parla di "valorizzare il patrimonio", di chi stiamo parlando? Te lo spiego io. Da una parte ci sono quelli che decidono: i curatori, i dirigenti, chi firma i protocolli di intesa. Loro incassano prestigio, visibilità, magari qualche finanziamento per "progetti di innovazione dell'accoglienza". Loro vedono i numeri, le statistiche, i flussi turistici che arrivano da fuori e che pagano il biglietto senza fare domande.
Dall'altra parte ci siamo noi. Ancora noi. Noi che paghiamo le tasse, noi che manteniamo indirettamente queste strutture, noi che vorremmo che il nostro patrimonio non fosse un ufficio con l'orario di apertura di una banca di provincia. Ci tocca adattarci ai loro ritmi, accettare che l'arte sia "per tutti" solo sulla carta, mentre nella realtà è gestita con una logica che sembra più quella di un club privato che di un servizio pubblico.
Qualcuno ha già deciso per noi che l'accoglienza consista in un sorriso forzato alla reception e in un opuscolo scritto in un linguaggio che non usa nessuno per strada. Ma chi paga il prezzo di questa gestione? Lo paga il cittadino che si sente un estraneo in casa propria. Lo paga il ragazzo che vorrebbe scoprire le radici della sua città ma trova una barriera di formalismi che lo allontana.
Eppure basterebbe poco. Basterebbe un orario serio, trasparente, che non cambi a seconda del vento. Basterebbe smettere di pensare che il visitatore locale sia "meno importante" del turista che viene da Milano o dall'estero. Perché il turista paga e se ne va, ma il bresciano è quello che dovrebbe custodire questo posto. Invece, sembra che per chi vive qui l'ingresso sia un concessione, non un diritto.
Non è normale che per vedere le bellezze della nostra città si debba fare un'operazione di intelligence per capire se il museo è aperto o se è in corso una riunione riservata. Non è normale che l'arte venga usata come strumento di immagine per chi la gestisce, mentre chi ne dovrebbe godere resta fuori a guardare la serratura.
E allora?
L'accoglienza è un verbo, non un aggettivo da mettere in un comunicato stampa per sembrare moderni. Se l'arte deve essere "per tutti", allora deve essere davvero accessibile, senza trucchi e senza orari che sembrano quelli di un ufficio postale negli anni '70.
Ma la domanda è una sola: vogliamo continuare a essere i "ospiti" di un patrimonio che è nostro, o vogliamo pretendere che l'accoglienza diventi finalmente un fatto concreto e non solo una bella parola per riempire i giornali?