Il fatto

Il 15 aprile riapre ufficialmente al pubblico il MUMAC (Museo di Storia Naturale e Civiltà). Dopo i lavori di riorganizzazione, le sale tornano accessibili ai cittadini, con un nuovo percorso espositivo e orari definiti.

La storia

Immaginate la scena. Un papà di Brescia, magari di via Porto Vecchio o di qualche quartiere della periferia, che decide di portare i figli a vedere i dinosauri o i minerali per cambiare aria nel weekend. Vuole fare una cosa semplice, un pomeriggio di cultura che non costi un patrimonio e che non richieda l'organizzazione di un viaggio intercontinentale.

Arriva lì, davanti alla porta, e si ritrova a fare i conti con le nuove regole, i nuovi orari e, probabilmente, un sistema di prenotazione che sembra fatto per chi ha un master in informatica piuttosto che per un cittadino che vuole solo far vedere due fossili al figlio di otto anni. Non è normale che per accedere a un bene che appartiene alla memoria e alla storia del nostro territorio si debba superare un percorso a ostacoli.

Te lo spiego io: il problema non è il museo in sé, che è bellissimo e prezioso. Il problema è che ogni volta che "riaprono" qualcosa a Brescia, sembra che lo facciano pensando a un turista ideale che arriva da fuori, dimenticandosi che noi ci viviamo ogni giorno. Ci dicono che è un "successo", che è "moderno", ma per chi abita qui spesso diventa solo un'altra vetrina guardata da lontano.

Chi paga, chi incassa

Qui arriviamo al punto che scotta. Qualcuno ha deciso per noi che questo fosse il formato giusto. Chi ha deciso gli orari? Chi ha stabilito come deve essere l'accesso? Spesso queste decisioni vengono prese in uffici climatizzati da persone che non sanno cosa significhi prendere l'autobus per arrivare in centro o dover incastrare la visita tra il lavoro e la spesa al supermercato.

Ci tocca sempre la stessa storia: si investono risorse, si fanno i lavori, si taglia il nastro con il sorriso. Ma poi, chi incassa davvero da questa operazione? Certamente non è il cittadino che trova un servizio fluido e accessibile a tutti. Incassano quelli che gestiscono i contratti, quelli che decidono i flussi, quelli che trasformano la cultura in un "prodotto" da vendere, invece che in un diritto da garantire.

Eppure basterebbe chiedere. Basterebbe fare un sondaggio serio tra chi quel museo lo frequentava davvero, non tra i consulenti pagati per dire che tutto va bene. Invece, ancora noi, i residenti, ci troviamo a doverci adattare a un sistema calato dall'alto. Se l'orario non coincide con l'uscita delle scuole, o se il costo del biglietto diventa un ostacolo per una famiglia di quattro persone, il museo non è "aperto", è solo "accessibile a chi può".

C'è un conflitto invisibile ma violentissimo tra l'idea di "cultura per tutti" e la realtà della "gestione efficiente". L'efficienza, in questi casi, significa quasi sempre tagliare il personale, automatizzare tutto e rendere l'esperienza fredda, quasi asettica. Hai capito bene: preferiscono un totem digitale che un operatore umano che ti spieghi dove andare o che ti accolga con un sorriso.

Chi paga? Paghiamo noi, prima con le tasse che finanziano queste strutture e poi con la perdita di quel rapporto umano che rende un museo un luogo vivo e non un semplice deposito di oggetti vecchi. Paghiamo in termini di tempo e di frustrazione ogni volta che un servizio pubblico viene gestito come se fosse un'azienda privata che deve far quadrare i conti a fine mese.

Il rischio è che il MUMAC diventi un bellissimo guscio vuoto. Un posto dove andare a fare la foto per Instagram, ma dove il bresciano medio non si sente più a casa perché sente che quel luogo non è più pensato per lui, ma per qualcuno che "vale di più" agli occhi di chi decide.

E allora?

Riaprire è un bene, certo. Ma vogliamo davvero accontentarci di una riapertura che segue le regole del mercato e non quelle del bisogno sociale? Vogliamo continuare a essere gli ultimi della lista nelle decisioni che riguardano la nostra città?

La domanda è semplice: il MUMAC riapre per i cittadini di Brescia o riapre per dare un segnale di "modernità" a chi guarda da fuori? Perché se è la seconda, allora possiamo smetterla di festeggiare e iniziare a chiederci chi, esattamente, stia decidendo il nostro tempo libero.