Il fatto

Il 15 aprile apre ufficialmente al pubblico il MUMAC, il Museo dell'Università di Brescia. Un'operazione che mette in mostra collezioni scientifiche, storiche e artistiche accumulate negli anni, rendendole finalmente accessibili a tutti i cittadini.

La storia

Immaginate la scena: passeggiate per il centro, tra un caffè e una commissione, e vi trovate davanti a questa nuova vetrina della cultura. Te lo spiego io: è quella classica situazione in cui ci dicono che "la città si arricchisce", che "il sapere diventa pubblico". Certo, è bello poter guardare un reperto antico o un macchinario scientifico di cent'anni fa senza dover essere un professore laureato con lode. A chi non piace l'arte? A chi non piace la storia? A nessuno, ovviamente.

Però, provate a pensare a cosa significa per un bresciano medio. Mentre noi cerchiamo di capire come arrivare in centro senza impazzire nel traffico o come fare per non spendere un patrimonio per un affitto in un buco di dieci metri quadri, ci aprono un museo. È come se ti offrissero il caviale mentre stai ancora cercando di capire se a fine mese riesci a pagare la bolletta della luce senza che ti stacchino il contatore. Non dico che il museo non vada fatto, dico che il tempo e il modo fanno tutta la differenza.

Siamo abituati a questo ritmo: inaugurazioni solenni, discorsi altisonanti, tagli di nastri con le forbici d'oro. Poi, quando esci da quel palazzo bellissimo e torni nella realtà della tua strada, ti accorgi che i marciapiedi sono ancora rotti, che l'illuminazione pubblica fa schifo e che per fare una visita specialistica in sanita devi prenotare per l'anno prossimo. Ancora noi, i cittadini comuni, a fare da sfondo a una vetrina che serve più a dare prestigio a chi comanda che a migliorare la vita di chi abita qui.

Chi paga, chi incassa

Ma arriviamo al punto che scotta: chi ha deciso che questa era la priorità? Qualcuno ha già deciso per noi che avevamo bisogno di un museo universitario proprio in questo momento. I soldi per queste operazioni arrivano, quasi sempre, da fondi che vengono spostati come pedine su una scacchiera. Magari sono fondi vincolati, magari sono investimenti strategici, ma il punto è che quei soldi non sono finiti per riparare i tetti delle scuole che cadono a pezzi o per mettere più medici nei pronto soccorso che sembrano zone di guerra.

Chi incassa? Non parlo solo di soldi, parlo di prestigio. Il prestigio va a chi firma l'atto di apertura, a chi può dire "abbiamo creato un polo culturale". È un modo per dire al mondo che Brescia è una città colta, moderna, all'avanguardia. Bellissimo per il curriculum della città, ma a noi, che ci svegliamo alle sei del mattino per andare a lavorare, che cambia concretamente?

Non è normale che l'investimento nel "bello" e nel "rappresentativo" corra sempre più veloce dell'investimento nel "funzionante". Ci tocca accettare che la cultura sia un accessorio di lusso mentre i servizi essenziali diventano un miraggio. Eppure basterebbe un briciolo di onestà intellettuale per ammettere che un museo, per quanto prezioso, non cura l'influenza e non ripara i buchi nelle strade.

Poi c'è la questione della gestione. Chi gestirà questo spazio? Quanto costerà mantenerlo? Perché sappiamo tutti come funziona: all'inizio è tutto splendido, poi i fondi finiscono, le manutenzioni saltano e ci ritroviamo con un altro palazzo polveroso che consuma energia e risorse mentre fuori la gente aspetta ore per un autobus che non passa mai. Hai capito bene: stiamo aggiungendo un piano a un palazzo che ha le fondamenta che tremano.

Il conflitto è qui: tra chi vede la città come un catalogo di esposizioni da mostrare agli ospiti e chi la vive come un luogo dove si deve poter respirare, muoversi e curarsi senza dover chiedere per favore. Ci vendono l'idea che la cultura sia un diritto, ma poi ci tolgono il diritto a una vita quotidiana dignitosa. È un gioco di prestigio: ti guardo il quadro appeso al muro per non farti vedere che il soffitto sopra la tua testa sta crollando.

E allora?

Il MUMAC aprirà il 15 aprile e noi, da persone educate, andremo a visitarlo perché la conoscenza è importante. Ma mentre guardiamo quelle collezioni, dovremmo chiederci: quanti altri musei servono a una città che non riesce a garantire la sanita di base a tutti i suoi abitanti?

Siamo pronti a essere i cittadini più colti d'Italia, ma a quale prezzo? Vogliamo davvero continuare a essere l'ultima ruota del carro, quelli a cui viene dato il "bello" per compensare la mancanza del "necessario"?