Il fatto

A Brescia apre la mostra "Lunaria" di Luca Missoni. Un'esposizione che celebra il colore, il design e la ricerca estetica, portando in città il nome di una delle dinastie della moda più famose al mondo.

La storia

Immaginate la scena. Voi siete lì, in coda per andare a prendere i figli a scuola o per fare la spesa, con l'auto che sobbalza su una buca che sembra un cratere lunare — proprio come il titolo della mostra — e l'aria che sa di smog e stanchezza. Intanto, in un ambiente climatizzato, silenzioso e perfetto, vengono appesi dei tessuti colorati che parlano di "ricerca" e "ispirazione".

Non dico che l'arte sia un male, anzi. Ma c'è qualcosa che non quadra quando il centro della città si trasforma in un salotto per pochi eletti, mentre chi ci vive e ci lavora ogni giorno combatte con i marciapiedi sbreccati e i parcheggi che sono diventati un campo di battaglia. Te lo spiego io: è la differenza tra chi guarda il mondo attraverso un filtro colorato e chi deve pulirsi le scarpe dal fango ogni mattina.

Certo, i colori di Missoni sono bellissimi, nessuno lo nega. Ma mentre noi ammiriamo le sfumature della luna, ci dimentichiamo che la luna è un posto deserto e freddo, esattamente come si sentono molti di noi quando vedono queste operazioni di "prestigio" calare dall'alto senza che nessuno ci abbia chiesto se ne avessimo bisogno.

Chi paga, chi incassa

Qui arriviamo al punto. Qualcuno ha già deciso per noi che Brescia debba essere la città dell'arte "di tendenza". Ma chiediamoci: chi decide cosa è cultura e cosa no? Chi decide che investire in una mostra di un nome altisonante sia più prioritario che sistemare l'illuminazione di un quartiere periferico o che rendere i trasporti decenti per chi deve andare a lavorare alle sei del mattino?

Il meccanismo è sempre lo stesso. Ci sono dei grandi nomi, delle aziende di moda, dei curatori che incassano prestigio e visibilità. Il nome di Missoni attira l'attenzione, attira i turisti di passaggio, attira chi ha i soldi per permettersi il tempo di "riflettere sui colori". Eppure basterebbe un briciolo di onestà per ammettere che queste operazioni servono a dare un'immagine di città "colta" e "moderna" a chi guarda da fuori, mentre chi sta dentro continua a fare i conti con la realtà.

E chi paga? Non sono solo i soldi delle tasse, che magari finiscono in sponsorizzazioni o servizi di logistica per queste grandi esposizioni. Paga chi subisce l'esclusione. Paga il cittadino che si sente un estraneo a casa propria perché l'arte è diventata un club privato. Hai capito bene: non è l'arte in sé il problema, ma il modo in cui viene calata addosso alla città come se fosse un favore che ci stanno facendo.

Non è normale che l'estetica diventi l'unica priorità. Ci dicono che queste mostre "portano valore", ma che valore è quello che non scende dal piedistallo per parlare con la gente comune? Il valore è per chi vende i biglietti, per chi organizza l'evento, per chi vuole che Brescia appaia come una vetrina scintillante. Ma la vetrina è lucida solo perché qualcuno, dietro le quinte, continua a spazzare il pavimento senza essere visto.

Ci tocca, ancora una volta, fare i comparse in un film dove i protagonisti sono i "grandi nomi". Ci dicono di essere orgogliosi della nostra città che ospita il design internazionale, ma l'orgoglio non riempie la pancia e non ripara i tetti che perdono acqua quando piove. È un gioco di specchi: ci mostrano i colori della luna per non farci guardare il grigio del cemento che si sgretola.

In fondo, l'operazione è semplice: si prende un marchio forte, lo si espone in un luogo prestigioso, si parla di "emozioni" e "visioni". Intanto, i soldi girano tra i soliti circuiti, tra chi organizza e chi espone, e a noi resta la possibilità di fare una foto per i social per dire che c'eravamo. Ancora noi, a fare le comparse nel teatro del lusso.

E allora?

Siamo davvero contenti di essere la città delle "visioni" e dei colori, mentre i servizi di base diventano un miraggio? Vogliamo continuare a fingere che una mostra di design possa compensare l'abbandono di interi pezzi di territorio?

La domanda è semplice: preferite un quadro colorato in un museo o una città che funzioni per tutti, senza dover chiedere il permesso per respirare?