Il fatto
Venerdì 17 aprile, alle 21:00, il Teatro Politeama di Manerbio chiude la stagione con lo spettacolo di Paolo Cevoli, "Figli di Troia". Un monologo che rilegge il viaggio di Enea tra ironia, storia e paragoni con l'emigrazione moderna.
La storia
Immaginate la scena: siete a Manerbio, fuori magari fa quel freddo che ti entra nelle ossa, e decidete di andare a teatro. Perché? Perché ogni tanto abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi chi siamo, o almeno chi dovremmo essere. Cevoli ci racconta di Enea che scappa da una città in fiamme con il padre sulle spalle e il figlio per mano. Suona familiare, no?
È la storia di chi perde tutto e deve ricominciare da zero, arrivando alla foce del Tevere per finire a fare un picnic con la porchetta. Un viaggio epico che diventa quotidiano, quasi come quando noi bresciani cerchiamo di capire come arrivare a fine mese senza vendere un rene, o quando ricordiamo i nonni che partivano per l'Australia con una valigia di cartone e un sogno che oggi chiameremmo "delirio".
Il senso è tutto qui: non essere figli di nessuno, ma avere delle radici. Perché se non sai da dove vieni, sei come un sasso lanciato in un campo: non sai dove vai e probabilmente colpisci qualcuno che non c'entra nulla. Te lo spiego io: l'ironia di Cevoli serve a renderci digeribile il fatto che l'uomo, da millenni, è un eterno esule che cerca un posto dove non lo caccino via.
Chi paga, chi incassa
Ma qui arriva il punto, quello che non scrivono nei depliant patinati del teatro. Chi decide cosa dobbiamo andare a vedere? Chi è che stabilisce che la "cultura" sia un evento a calendario, una serata di gala al Politeama dove ci sediamo composti a ridere delle sventure di un troiano di tremila anni fa? Ancora noi, che paghiamo il biglietto per sentirci dire che abbiamo delle radici, mentre fuori dalle mura del teatro quelle radici sono state cementate per far spazio a un altro capannone o a un parcheggio.
C'è un conflitto silenzioso in tutto questo. Da una parte c'è l'artista, che giustamente lavora e incassa il suo cachet per portarci un messaggio di identità e speranza. Dall'altra ci siamo noi, che spendiamo i soldi per un paio d'ore di svago, sperando che quel messaggio serva a qualcosa nella vita reale. Qualcuno ha già deciso per noi che la cultura sia un prodotto da consumare il venerdì sera, come se fosse un pacchetto di cracker al supermercato.
Non è normale che per riscoprire i "valori del popolo italiano" dobbiamo aspettare che arrivi un attore romagnolo a Manerbio. Ci tocca andare a teatro per sentirci parlare di famiglia, di emigrazione e di futuro, perché nel resto della settimana queste cose sono diventate tabù o, peggio, sono state ridotte a scartoffie burocratiche in qualche ufficio comunale.
E poi c'è la questione del "picnic alla porchetta". Bello, poetico, ironico. Ma mentre Enea mangiava la scrofa per celebrare la fondazione di Roma, oggi noi facciamo la fila per un panino veloce tra un turno di lavoro e l'altro, senza tempo nemmeno per chiederci se siamo noi i "figli di Troia" di un sistema che ci brucia i sogni sotto il sedere.
Chi incassa davvero? Chi gestisce l'industria dello spettacolo, chi decide i palinsesti, chi decide che l'Eneide sia "nobile" ma che la fatica di chi oggi emigra da Manerbio verso le città del nord o dell'estero sia solo un dato statistico. Hai capito bene: ci vendono la nostalgia di un'epica che non abbiamo mai avuto, mentre ci chiedono di pagare il biglietto per sentircela raccontare.
Eppure basterebbe un po' più di coraggio per portare queste discussioni fuori dal Politeama. Basterebbe smettere di pensare che la cultura sia un evento "di chiusura stagione" e iniziare a vederla come l'unica arma che abbiamo per non farci fregare ogni volta che qualcuno decide per noi senza chiederci neanche un parere.
E allora?
Andate a vedere Cevoli, ridete, godetevi lo spettacolo perché l'ironia è l'unica cosa che ci salva dal fegato amaro. Ma quando uscite dal teatro e tornate verso casa, chiedetevi: siamo davvero figli di una storia nobile, o siamo solo comparse in un viaggio deciso da qualcun altro?
Vale la pena di pagare per sentirsi dire che abbiamo delle radici, se poi non abbiamo più un centimetro di terra dove piantarle?