Il fatto
Al Museo Le Fudine di Malegno apre la mostra multimediale "Restano i fiori" della fotografa Valentina Tamborra. È un progetto nato con Medici Senza Frontiere per dare voce a migranti sopravvissuti a torture e violenze, usando foto, video e audio per ricostruire storie spezzate.
La storia
Immaginate di svegliarvi domani e scoprire che tutto quello che avete — la casa, i figli, il lavoro, pure il nome — è stato cancellato da qualcuno che non avete mai visto, in un posto che non conoscevate. Non parlo di un film, parlo della realtà di chi arriva da noi. Spesso li vediamo passare in stazione o li sentiamo nominare nei telegiornali come se fossero una massa indistinta, un problema da gestire, un "flusso" da arginare. Hai capito bene: per molti sono solo numeri in un modulo di richiesta asilo.
Poi c'è chi, come la Tamborra, prova a scavare sotto la superficie. Va a Palermo, entra in quei centri dove la gente cerca di rimettere insieme i pezzi di un'anima frantumata e chiede: "Cosa ti è rimasto?". E scopre che, nonostante l'orrore, restano i fiori, restano i ricordi di una candela, di una pietra, di un gesto d'affetto. Cose che per noi sono banalità quotidiane, ma che per chi ha subito la tortura sono l'unica ancora di salvezza per non impazzire.
Portare queste storie a Malegno non è solo "fare cultura". È metterci davanti lo specchio. Perché mentre noi discutiamo se il parcheggio in centro sia troppo caro o se l'autobus passi in ritardo, c'è gente che ha dovuto imparare a respirare di nuovo dopo che qualcuno ha cercato di cancellarli dalla faccia della terra. Non è normale che queste storie arrivino a noi solo sotto forma di mostra fotografica, come se fossero un'esposizione di rarità esotiche.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto. Te lo spiego io come funziona il giro. Da una parte abbiamo chi decide le guerre, chi firma i contratti per le armi, chi sposta i confini per un pozzo di petrolio o una miniera di coltan. Quelli lì non appaiono nelle foto della Tamborra. Quelli non soffrono, non vengono torturati e non devono fare riabilitazione a Palermo. Loro decidono, loro incassano, e poi spariscono nei loro uffici climatizzati mentre il mondo brucia.
Dall'altra parte ci sono i sopravvissuti. Gente che ha pagato il prezzo più alto possibile per decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. E poi ci siamo noi. Ancora noi, che ci troviamo a gestire le conseguenze di un sistema che macina esseri umani. Ci tocca decidere se accogliere, se aiutare o se chiudere la porta, mentre chi ha causato il disastro non paga nemmeno il biglietto dell'aereo per venire a vedere i danni.
È interessante notare come l'assistenza a queste persone gravi su organizzazioni come Medici Senza Frontiere e su qualche realtà locale. Qualcuno ha già deciso per noi che la gestione dell'umanità sia delegata al volontariato e alla buona volontà di qualche fotografa. È comodo, no? Così lo Stato e chi comanda davvero possono lavarsene le mani, lasciando che siano i "buoni" a raccogliere i cocci.
Eppure basterebbe smettere di alimentare le macchine che producono questo dolore. Ma fare questo significherebbe toccare i portafogli di chi sta in cima. Quindi preferiamo fare le mostre. Certo, la mostra è fondamentale, restituisce dignità, dà un volto a chi è stato reso invisibile. Ma non confondiamoci: la dignità non si recupera solo con una foto ben illuminata in un museo di Malegno, si recupera smettendo di considerare alcune vite come "sacrificabili" per il profitto di pochi.
Chi incassa davvero in questa storia? Chi vende le armi. Chi paga? Chi è costretto a fuggire e chi, rimasto qui, deve imparare a convivere con il senso di colpa di vivere in un mondo che permette l'impensabile. Ci tocca guardare quelle foto e chiederci perché siamo arrivati a questo punto.
E allora?
Andate a vedere la mostra, ascoltate quelle voci, guardate quei fiori. Ma mentre uscite dal Museo Le Fudine, fatevi una domanda: siamo contenti di essere solo gli spettatori del dolore altrui, o ci rende conto che il meccanismo che ha distrutto quelle vite è lo stesso che, ogni giorno, decide chi deve stare sopra e chi deve stare sotto?