Il fatto

Quest'anno al Festival di Cannes, tra i film in concorso per la Palma d'Oro, non c'è un solo film italiano. Zero. Nessuna pellicola della nostra penisola è riuscita a entrare nella selezione principale del festival più prestigioso del mondo.

La storia

Immaginate la scena. Siete al bar, magari in via Cavour o in una di quelle piazze di provincia dove ci si ritrova a parlare di tutto. Arriva il giornale o guardate il cellulare e leggete che a Cannes non ci siamo. La prima reazione di molti sarà: "E vabbè, sarà che quest'anno non c'era niente di buono". Oppure: "Tanto quei festival sono robe per pochi, per gente che parla difficile e guarda i film in coreano con i sottotitoli".

Il punto è che ci siamo abituati a sentirci dire che siamo "speciali" ma invisibili. Ci raccontano che il cinema italiano è un patrimonio, che abbiamo la grande tradizione, che siamo i maestri della luce e del sentimento. E poi, quando arriva il momento di andare a giocare in campionato, scopriamo che non ci hanno nemmeno invitato a fare la panchina. Hai capito bene: siamo fuori dai giochi.

Non è che manchino i soldi per girare i film, o che manchino le storie. A Brescia, in ogni via, in ogni officina, in ogni condominio dove si litiga per l'amministratore, ci sarebbe materiale per dieci film di successo. Il problema è che chi decide cosa girare non guarda più fuori dalla finestra. Guarda solo i numeri di una piattaforma streaming o le preferenze di qualche commissione chiusa in un ufficio a Roma.

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il bello. Te lo spiego io come funziona. C'è un sistema di produzione che ha deciso che per "fare cinema" oggi bisogna seguire certe mode, usare certi filtri e parlare un linguaggio che piaccia ai critici di Parigi o Londra. Qualcuno ha già deciso per noi che le nostre storie, quelle vere, quelle che puzzano di vita e di fatica, non sono "internazionali".

Chi incassa? Incassano quelli che gestiscono i fondi, quelli che decidono quali progetti finanziare basandosi su criteri che a noi non vengono spiegati. Incassano i produttori che preferiscono fare un film "sicuro", che non rischia nulla, che magari non vince a Cannes ma non fa fare brutta figura a chi ha firmato l'assegno. È un giro di favori, di conoscenze e di "si è sempre fatto così".

E chi paga? Ancora noi. Paghiamo noi che andiamo al cinema e troviamo sempre le stesse storie, gli stessi attori che girano in tre film l'anno, gli stessi sceneggiati che sembrano scritti da un computer. Paghiamo noi che vorremmo vedere sullo schermo la nostra realtà, ma ci ritroviamo con delle caricature di come pensano che sia l'Italia vista da chi non ci vive più da vent'anni.

Non è normale che in un Paese con questa storia non riusciamo a mandare un solo film in concorso. Ma non è nemmeno normale che ci stupisca. Ci siamo rassegnati a essere quelli che "una volta erano bravi". Ci hanno convinti che l'eccellenza sia un ricordo e che oggi l'unica cosa che conta sia fare un prodotto che non disturbi nessuno, che sia digeribile, che non faccia domande.

Il conflitto è semplice: da una parte c'è chi gestisce la cultura come se fosse un magazzino di pezzi di ricambio, cercando solo il pezzo che si incastra meglio nel mercato globale. Dall'altra ci siamo noi, che restiamo a guardare i titoli di coda di film che non ci appartengono, chiedendoci perché non ci riconosciamo più in nulla di ciò che viene prodotto in casa nostra.

Ci tocca accettare che il cinema italiano, quello che voleva parlare al mondo, è diventato un club privato. Un club dove l'ingresso è riservato a chi sa come muoversi nei corridoi del potere, non a chi ha qualcosa di vero da raccontare. Se poi a Cannes non ci chiamano, beh, è solo la conseguenza logica di un sistema che ha smesso di ascoltare la strada per ascoltare solo il rumore dei soldi che girano tra pochi eletti.

E allora?

Possiamo continuare a dire che "non ci sorprende" e fare spallucce mentre il nostro racconto scompare dalla mappa del mondo. Oppure possiamo chiederci: chi è che ha deciso che le nostre storie non valgono più nulla?

E soprattutto: quando smetteremo di finanziare un cinema che non parla a nessuno per andare a cercare chi ha il coraggio di raccontare la verità, anche se non è "da festival"?