Il fatto
L'ex presidente americano Trump ha dichiarato apertamente che i rapporti con la nostra guida non sono più quelli di prima, accusandola di non essere stata collaborativa sulla questione dell'Iran. In sostanza: non vanno più d'accordo.
La storia
Provate a pensarci un attimo. È come quando nel condominio ci sono due amministratori che si credono i padroni del palazzo. Passano le giornate a dirsi chi ha fatto cosa, chi ha tradito chi, chi non ha tenuto fede alla parola data. Si scambiano frecciatine nei corridoi, si fanno i dispetti, si dicono che l'altro "non collabora". Te lo spiego io: mentre loro litigano per decidere come gestire il giardino o chi deve pulire le scale, noi siamo quelli che devono comunque pagare le spese condominiali, anche se il tetto perde e l'ascensore è rotto da tre mesi.
Immaginate la scena in un bar di Brescia, tra un caffè e un cornetto. Due tizi che si sentono importanti discutono di affari enormi, di paesi lontani, di strategie geopolitiche, mentre noi guardiamo il prezzo della benzina che sale o l'attesa per una visita specialistica che non finisce mai. Eppure, queste discussioni tra "amici" che improvvisamente diventano nemici hanno un impatto diretto su di noi, anche se ci dicono che sono questioni di "alta strategia". Non è normale che il nostro destino dipenda dall'umore di un uomo a migliaia di chilometri di distanza che decide se oggi siamo "collaborativi" o no.
Chi paga, chi incassa
Qui sta il punto. Chi è che decide queste cose? Qualcuno ha chiesto a noi se volevamo far parte di questo gioco di specchi? No, qualcuno ha già deciso per noi. Il conflitto non è tra Trump e Meloni, quello è solo il teatro. Il vero conflitto è tra chi sta in cima alla piramide e chi sta alla base a reggere tutto il peso.
Quando i rapporti tra le grandi potenze si incrinano, quando un leader dice che l'altro non è più un partner affidabile, non è che il mondo si ferma. Semplicemente, cambiano le regole del gioco. E indovinate chi deve adattarsi a queste nuove regole? Ancora noi. Se i rapporti commerciali si irrigidiscono, se le alleanze saltano perché qualcuno si è offeso, i prezzi salgono, le opportunità di lavoro diminuiscono e l'instabilità aumenta.
Chi incassa in questa situazione? Incassano quelli che speculano sull'incertezza. Incassano i mercati che scommettono sulla crisi, le aziende che vendono armi mentre i leader discutono di "collaborazione" sull'Iran, i consulenti che spiegano ai potenti come gestire la propria immagine pubblica. Loro non rischiano nulla. Loro non devono preoccuparsi se domani il costo della vita renderà impossibile arrivare a fine mese.
A noi, invece, ci tocca stare a guardare. Ci tocca leggere queste notizie e sentirci dire che è "diplomazia". Ma la diplomazia, quando diventa una questione di simpatie personali o di rancori tra capi di stato, smette di essere politica e diventa un capriccio. Un capriccio che ha costi reali. Non è possibile che la stabilità di un intero Paese dipenda dal fatto che un uomo d'affari americano trovi "collaborativo" o meno il nostro governo.
Eppure basterebbe mettere al centro i bisogni della gente comune. Basterebbe che queste discussioni non fossero basate sull'ego di chi comanda, ma su accordi concreti che portino benefici a chi lavora, a chi produce, a chi fatica ogni giorno in provincia di Brescia per mantenere la famiglia. Invece preferiscono giocare a chi è più forte, a chi ha più influenza, a chi può permettersi di dire "non abbiamo più lo stesso rapporto".
Hai capito bene: per loro è un rapporto personale, una questione di prestigio. Per noi è una questione di sopravvivenza. Mentre loro si contendono il primato della "collaborazione", noi restiamo qui, in attesa di capire se questa lite ci porterà altre sanzioni, altri rincari o nuove tensioni che non ci appartengono, ma che pagheremo comunque.
E allora?
Possiamo continuare a fare i tifosi, a scegliere da che parte stare in questa lite tra giganti, oppure possiamo iniziare a chiederci: ma perché dobbiamo essere noi il banco di prova per i loro ego?
Fino a quando accetteremo che il nostro futuro sia deciso da un "non è stata collaborativa" detto tra un tweet e un discorso elettorale?