Il fatto
Il Comune di Marone mette a budget 50mila euro per sistemare la ciclopedonale Vello-Toline. L'obiettivo è installare nuove reti paramassi e riaprire un tratto che sta chiuso da quasi un anno per il rischio di crolli.
La storia
Immaginate la scena. Domenica mattina, vi svegliate, prendete la bici o le scarpe da trekking e decidete di fare un giro tra Marone e Pisogne. Il panorama è da cartolina, l'aria è buona, tutto perfetto. Poi, all'improvviso, vi trovate davanti a un cartello di "chiuso" o a una rete arrugginita che sembra tenuta su dalla speranza. Ancora noi a fare i giri larghi perché un pezzo di strada è diventato un campo minato di sassi.
Chi vive queste zone sa bene di cosa parlo. Non è che vogliamo il tappeto rosso, vogliamo solo camminare senza dover guardare costantemente verso l'alto per paura che una roccia decida di venire a trovarci. L'ultimo episodio serio è successo a novembre, ma c'è un tratto vicino a un ristorante che è sbarrato da quasi un anno. Un anno. Hai capito bene: dodici mesi di "sicurezza" che in realtà significano solo "non sappiamo come risolvere, quindi chiudiamo tutto".
È la solita storia bresciana: ci godiamo la bellezza del nostro territorio, ma dobbiamo farlo con l'ansia di chi sta attraversando un cantiere infinito o una zona a rischio. La Vello-Toline è un gioiello, ma un gioiello che sembra fatto di materiale fragile, dove ogni pioggia più forte ci ricorda che la manutenzione è sempre l'ultima cosa della lista.
Chi paga, chi incassa
Partiamo dal conto: 50mila euro. Ora, per chi gestisce i bilanci comunali saranno "piccoli interventi", ma per noi sono soldi pubblici che vengono spesi per rincorrere l'emergenza. Te lo spiego io come funziona: invece di fare un piano di manutenzione serio, costante, che eviti che le reti si usurino fino a diventare carta velina, si aspetta che il rischio diventi inaccettabile. E a quel punto, con l'acqua alla gola, si staccano l'assegno.
Chi decide? Qualcuno in un ufficio che firma le carte. Chi incassa? Le ditte che arrivano a mettere le reti quando ormai il danno è fatto o il pericolo è evidente. Ci tocca sempre questo schema: incuria per anni, poi l'emergenza, poi la spesa rapida per "mettere in sicurezza". Ma la sicurezza non è un intervento di riparazione dell'ultimo minuto, è una cura quotidiana.
Il punto è che mentre i lavori vengono pianificati, l'economia locale ne risente. Avete presente quel ristorante vicino al tratto chiuso? Ecco, per quasi un anno i clienti che passavano di lì con la bici o a piedi hanno dovuto cambiare strada. Qualcuno ha già deciso per noi che quel pezzo di percorso non era prioritario, lasciando che un'attività commerciale e un servizio pubblico restassero monchi.
Non è normale che per sostituire delle reti paramassi usurate si debba arrivare a chiudere un tratto di strada per un anno intero. Non è normale che la sicurezza diventi un "lavoro in arrivo" invece di essere la base di partenza. In pratica, stiamo pagando per tornare a una situazione di normalità che non avremmo mai dovuto perdere.
Eppure basterebbe un controllo semestrale serio, una pulizia delle rocce programmata e non "a vista", per evitare di dover spendere 50mila euro ogni volta che un sasso decide di fare un salto. Ma fare manutenzione preventiva non fa notizia, non permette di dire "abbiamo investito migliaia di euro per la sicurezza". Dire "abbiamo sistemato prima che crollasse tutto" non dà lo stesso sapore di potere.
Quindi, ecco che ci ritroviamo a festeggiare che "finalmente" arrivano i lavori. Ma chiediamoci: quanti altri tratti della nostra zona sono in questo momento "in attesa" di diventare pericolosi prima di ricevere un centesimo di attenzione? Quante altre reti si stanno consumando mentre noi camminiamo sperando che il meteo sia clemente?
E allora?
Siamo contenti che la strada torni sicura? Certo che sì, nessuno vuole finire sotto un masso mentre ammira il lago. Ma a che punto arriviamo a chiederci se questo modo di gestire il territorio, basato sull'emergenza e sul "tappiamo il buco", non sia l'unico modo che conoscono per amministrare?
Vogliamo davvero continuare a vivere in un territorio dove la sicurezza è un premio che arriva dopo un anno di chiusure, o pretendiamo che chi decide lo faccia prima che il sasso cada?