Il fatto
I dati parlano chiaro: nelle zone del Sebino e del Lago d'Iseo l'offerta di case in vendita per residenti crolla, mentre esplode il mercato degli affitti brevi e delle seconde case di lusso. I prezzi degli immobili sono schizzati a livelli che nessun lavoratore locale può più permettersi.
La storia
Prendete il figlio di un operaio di Iseo o di un commerciante di Sarnico. Ragazzi che sono cresciuti tra queste rive, che conoscono ogni sasso e ogni corrente. Oggi, se questi ragazzi vogliono mettere su famiglia e comprare un appartamento nel paese dove sono nati, ci tocca guardare altrove. Devono spostarsi di dieci, venti chilometri nell'entroterra, lontano dal lago, perché in centro non c'è più nulla che costi meno di un rene.
È diventata una storia che si ripete ogni giorno. Vai in giro per i borghi e cosa vedi? Case bellissime, ristrutturate a regola d'arte, con le persiane chiuse per dieci mesi l'anno. Hai capito bene: case vuote. Case che servono solo a fare volume in un portafoglio o a ospitare turisti per un weekend lungo, mentre i giovani del posto devono fare i pendolari per tornare a visitare i propri genitori.
Non è normale che un territorio così ricco di risorse diventi un guscio vuoto. Cammini per le strade e sembra tutto perfetto, pulito, ordinato, ma è l'ordine di un museo, non di un paese vivo. Manca il rumore dei bambini che giocano in strada, manca la bottega che apre perché il proprietario non può più permettersi l'affitto del locale, che ora è diventato un B&B per stranieri.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto: chi decide per noi? Qualcuno ha già deciso che il lago deve diventare una vetrina. Da una parte ci sono quelli che incassano: i proprietari di immobili che non hanno bisogno di quei soldi per campare, ma che speculano sull'affitto breve perché rende il triplo che affittare a una famiglia locale. Loro incassano in euro, in dollari, in sterline, e non gli interessa se il paese muore, perché tanto loro ci tornano solo a luglio.
Dall'altra parte ci siamo noi. Ancora noi. Paghiamo noi il prezzo di questa "attrattività". Paghiamo prezzi gonfiati al ristorante e al bar perché tutto è tarato sul turista che ha il portafoglio gonfio. Paghiamo con la perdita di identità dei nostri borghi. Paghiamo con la solitudine di chi resta in un paese che diventa un dormitorio di lusso.
Eppure basterebbe. Basterebbe che chi gestisce il territorio mettesse dei paletti. Basterebbe decidere che una certa quota di case deve restare a disposizione di chi ci vive e ci lavora, invece di lasciare che il mercato faccia il suo corso, ovvero che il più ricco cacci il più povero.
Ma chi ha il potere di farlo preferisce guardare i numeri del turismo che salgono. Te lo spiego io: se i numeri del turismo salgono, loro possono dire che "va tutto bene". Ma "bene" per chi? Per l'agenzia immobiliare che prende la commissione su una villa da un milione di euro? Per l'investitore che compra tre appartamenti per metterli su Airbnb? No, non per chi deve svegliarsi alle sei del mattino per andare a lavorare in fabbrica o in ufficio.
È un gioco sporco dove chi decide non abita dove decide. Chi firma le delibere o guarda i grafici della crescita economica non deve preoccuparsi di dove far dormire i propri figli. Per loro il Sebino e l'Iseo sono "asset", sono investimenti. Per noi sono casa. E quando la tua casa diventa un investimento per qualcun altro, tu smetti di essere un cittadino e diventi un fastidio, un elemento di disturbo nel panorama per il turista.
Il conflitto è semplice: da una parte c'è il profitto immediato di pochi, dall'altra c'è la sopravvivenza di una comunità. E finora, chi ha incassato ha vinto a mani basse, mentre chi paga continua a sperare che qualcuno, finalmente, si svegli e dica: "Basta così, il lago è di chi lo vive".
E allora?
Vogliamo davvero trasformare i nostri laghi in dei villaggi turistici a cielo aperto, dove gli abitanti originali sono solo i camerieri e i custodi delle ville dei ricchi? Vogliamo davvero accettare che il diritto di vivere nel proprio paese dipenda dal conto in banca?
La domanda è una sola: a chi appartiene davvero il Sebino? A chi lo possiede su un atto notarile o a chi lo ama e lo cura ogni singolo giorno?