Il fatto
Il Consiglio regionale ha dato il via libera ufficiale: la Valcamonica sarà Capitale della Cultura nel 2029. L'obiettivo è attrarre turisti, valorizzare i siti archeologici e mettere la valle sotto i riflettori internazionali tra qualche anno.
La storia
Immaginate la scena. Siete a Breno, o magari a Edolo, e state cercando di arrivare al lavoro o di portare i figli a scuola. Guardate fuori dal finestrino e vedete l'ennesima buca che sembra un cratere lunare, oppure aspettate un autobus che, se arriva, è un miracolo della fede. Intanto, in un ufficio climatizzato a Brescia o a Milano, qualcuno ha preso una penna e ha scritto: "Nel 2029 saremo la Capitale della Cultura".
Certo, le incisioni rupestri sono stupende, il territorio è un gioiello e chi ci vive ne è orgoglioso. Ma la cultura non è solo un sasso inciso cinquemila anni fa o una mostra patinata in un museo con l'aria condizionata. La cultura è anche poter vivere in un posto dove non ti senti dimenticato da Dio appena esci dal centro principale.
È la solita storia: ci vendono un titolo prestigioso, una medaglia appuntata sul petto della valle, mentre noi continuiamo a chiederci se i servizi di base funzioneranno ancora tra cinque anni. Hai capito bene: ci dicono che saremo "importanti" nel 2029, ma oggi, nel 2024, molti di noi fanno fatica a trovare un medico di base o a non spendere un patrimonio in riscaldamento.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il bello. Te lo spiego io come funziona questo giro di giostra. Quando si decide che un territorio diventa "Capitale di qualcosa", scattano i bandi. E i bandi sono come i buffet ai matrimoni: chi sa come muoversi si riempie il piatto, chi non ha le conoscenze giuste guarda gli altri mangiare.
Qualcuno ha già deciso per noi che la strada per il rilancio sia l'evento, la grande festa, il turismo di massa. Chi incassa? Le agenzie di comunicazione che organizzeranno i convegni, le società di consulenza che scriveranno i progetti per ottenere i fondi, i grandi operatori che sapranno cavalcare l'onda del "brand Valcamonica".
E chi paga? Ancora noi. Non parlo solo di tasse, che ci piovono addosso comunque. Parlo di costi invisibili. Quando arrivano i grandi eventi, i prezzi salgono. Gli affitti per chi vuole aprire un'attività aumentano perché "ora c'è il turismo". Le strade, già provate, verranno intasate da flussi di gente che viene a vedere la "cultura" e poi se ne torna in città, lasciandoci con il traffico e i rifiuti.
Non è normale che si investano energie e risorse in un titolo onorifico quando mancano le basi. Basterebbe, e dico basterebbe, chiedere a chi abita in valle cosa serve davvero per rendere il territorio "culturale". Forse più biblioteche aperte a orari umani, più trasporti efficienti per i ragazzi che devono studiare, meno burocrazia per chi prova a tenere aperta una bottega in un borgo sperduto.
Invece ci tocca l'ennesima operazione di marketing territoriale. Ci dicono che questo porterà investimenti. Ma dove vanno a finire questi investimenti? Spesso restano nei circuiti di chi gestisce i fondi, tra consulenze e studi di fattibilità che costano migliaia di euro e finiscono in un cassetto dopo che la festa è finita.
Il conflitto è semplice: da una parte c'è chi vede la Valcamonica come un prodotto da vendere ai turisti nel 2029; dall'altra ci siamo noi, che vediamo la valle come il posto dove dobbiamo svegliarci ogni mattina e provare a sopravvivere senza impazzire.
E allora?
Siamo contenti di essere "importanti"? Certo, l'orgoglio c'è. Ma l'orgoglio non ripara i tetti, non accorcia le liste d'attesa in sanita e non fa arrivare il bus in orario. Ci tocca chiederci: vogliamo essere una capitale della cultura solo sulla carta, o vogliamo un territorio che sia vivibile per chi ci abita, a prescindere dai titoli?
Nel 2029 saremo tutti fieri delle nostre radici, ma a che serve avere il museo più bello del mondo se per arrivarci dobbiamo fare i salti mortali? Chi ha deciso che questo fosse il problema prioritario della valle?