Il fatto
Il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato all'unanimità il sostegno alla candidatura della Val Camonica come Capitale Italiana della Cultura per il 2029. L'obiettivo è celebrare i 50 anni del riconoscimento UNESCO per le incisioni rupestri.
La storia
Immaginate la scena. Siamo in Val Camonica, magari a Breno o Edolo. C'è il commerciante che fatica a tenere aperto il negozio, c'è il giovane che vorrebbe restare a lavorare in valle ma non ne ha i mezzi, e c'è il pensionato che vede i servizi di base sparire un po' alla volta. Poi, all'improvviso, arriva la notizia: "Siamo Capitale della Cultura!". Hai capito bene, tra qualche anno saremo il centro dell'attenzione di tutta Italia.
Certo, le incisioni rupestri sono un tesoro, sono roba nostra e ne andiamo fieri. Ma per chi vive lì ogni giorno, la cultura non è solo un sasso inciso migliaia di anni fa. La cultura è poter andare dal medico senza fare tre ore di strada, è avere un autobus che passa quando serve, è non sentirsi dimenticati da chi sta seduto in un ufficio a Milano.
Il rischio, come succede sempre, è che si organizzi una festa bellissima per gli ospiti, con i tappeti rossi e i discorsi pomposi, mentre chi abita in valle continua a combattere con le buche nelle strade e i negozi che chiudono. Perché non è normale che si parli di "attrattività del territorio" quando il territorio, per chi ci vive, a volte sembra un posto dove è più facile andarsene che restare.
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto. In Regione hanno votato all'unanimità. Qualcuno ha già deciso per noi che questa è la strada giusta. Quando vedi un voto all'unanimità, di solito significa che l'accordo è stato preso altrove, lontano dagli occhi della gente, e che ora ci basta mettere la firma. Ma chi è che decide come verranno spesi i soldi per questo 2029?
Te lo spiego io: quando si lancia un progetto di "Capitale della Cultura", partono i bandi. E i bandi non sono scritti per il piccolo artigiano di valle o per l'associazione di volontari che pulisce i sentieri. Sono scritti per chi sa scrivere i progetti, per le grandi agenzie di comunicazione, per i consulenti che arrivano dalla città con la valigetta e ci spiegano come dobbiamo "valorizzare" casa nostra.
Quindi, chi incassa? Incassano i professionisti dell'evento. Incassano quelli che organizzano mostre temporanee che durano tre mesi e poi spariscono nel nulla. Incassano i grandi gruppi alberghieri che sanno come cavalcare l'onda del turismo di massa per un anno, per poi tornare a ignorare il territorio non appena scade la data sul calendario.
E chi paga? Beh, ci tocca ancora a noi. Paghiamo con le tasse che finanziano queste operazioni di immagine, ma paghiamo soprattutto con l'illusione. Ci vendono l'idea che un titolo di "Capitale della Cultura" porti automaticamente sviluppo. Ma lo sviluppo non è un bollino che attacchi su una mappa; lo sviluppo sono investimenti concreti in sanita, trasporti e lavoro vero, non precariato da evento.
Ancora noi a fare da sfondo per le foto dei delegati che vengono a inaugurare una mostra. Ci dicono che è un "modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità". Parole difficili per dire che sperano che i turisti spendano qualche euro in più in un weekend di maggio, mentre il resto dell'anno la valle torna a fare i conti con la solitudine dei suoi borghi.
Eppure basterebbe chiedere a chi vive in Val Camonica di cosa ha davvero bisogno per sentirsi "culturale". Forse una scuola che non chiude, forse un servizio di trasporto che non sia un miraggio, forse meno "strategie" e più fatti. Invece preferiscono il titolo, l'onore, la medaglia. Perché la medaglia non costa quasi nulla a chi la concede, ma serve a giustificare anni di immobilismo.
E allora?
Siamo contenti che il mondo sappia che le nostre rocce sono uniche? Certo che lo siamo. Ma vogliamo davvero che il futuro della Val Camonica sia ridotto a un evento di marketing per il 2029?
La domanda è semplice: preferite un anno di gloria per i turisti o dieci anni di servizi dignitosi per chi ci vive?