Il fatto
Il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato all'unanimità una mozione per sostenere la candidatura della Valle Camonica a Capitale Italiana della Cultura per il 2029. L'obiettivo è celebrare i 50 anni del sito UNESCO, coinvolgendo i quaranta comuni della valle in un progetto di "capitale diffusa".
La storia
Provate a immaginare la scena. Siete in un borgo della valle, di quelli dove l'unico modo per andare a fare la spesa è prendere la macchina perché l'autobus passa quando vuole lui, o magari non passa proprio. Guardate fuori dalla finestra: ci sono i muri che scrostano, le strade che dopo l'ultimo temporale sembrano fiumi e i giovani che, appena possono, caricano i borsoni in macchina e scappano verso Brescia o Milano perché "qui non c'è niente".
Poi, all'improvviso, arriva la notizia dal palazzo. "Siamo candidati a Capitale della Cultura!". E voi restate lì a fissare il vuoto. Perché per chi vive in valle, la "cultura" non è un documento approvato all'unanimità a Milano, ma è la fatica di mantenere vivo un negozio di paese, è il freddo che entra nelle case vecchie, è la lotta quotidiana per non far diventare il territorio un museo a cielo aperto dove i turisti guardano le rocce e noi guardiamo il conto in banca che non sale.
Te lo spiego io: c'è una differenza enorme tra il "valore del territorio" scritto in una mozione e il valore della vita di chi quel territorio lo abita ogni santo giorno. Le incisioni rupestri sono bellissime, il Romanino è un genio, ma i sassi non pagano l'affitto e i dipinti non riparano i ponti.
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto. Quando si parla di "Capitale della Cultura", di "piattaforma contemporanea" e di "coesione territoriale", bisogna chiedersi subito: chi paga e chi incassa davvero? Perché queste parole complicate servono spesso a coprire un meccanismo che conosciamo fin troppo bene. Qualcuno ha già deciso per noi che la strada è questa, senza chiederci se preferivamo, magari, investire quegli stessi sforzi in servizi di base che funzionino.
Il rischio, come sempre, è che i soldi arrivino, ma non arrivino a chi ne ha bisogno. Ancora noi, i cittadini comuni, a fare da sfondo per le foto dei delegati che scendono dalle auto blu per inaugurare una mostra o un festival che dura tre giorni. Chi incassa? Le grandi agenzie di comunicazione, i consulenti che scrivono i progetti per vincere i bandi, le società di eventi che arrivano da fuori, montano il palco, fanno lo show e poi spariscono lasciando a noi le briciole e, spesso, anche i debiti della gestione.
Non è normale che si parli di "innovazione" e "coesione" mentre in molti comuni della valle si lotta per avere un medico di base o un trasporto pubblico che non sia un miraggio. Ci dicono che essere "Capitale diffusa" valorizza le comunità. Ma quale comunità? Quella dei sindaci che devono mettersi d'accordo su come spartirsi i fondi, o quella di chi lavora in fabbrica o nei campi e vede arrivare i turisti solo per fare una foto a un sasso e poi andare via senza lasciare nulla se non un po' di traffico in più sulle strade provinciali?
Eppure basterebbe un po' di onestà. Basterebbe dire: "Vogliamo fare la Capitale della Cultura, ma prima sistemiamo le fogne, miglioriamo i collegamenti tra i paesi e diamo incentivi veri a chi vuole aprire un'attività in valle". Invece si preferisce puntare sul prestigio. Perché il prestigio serve a chi sta nei palazzi, a chi deve mettere un timbro su un documento e dire: "Abbiamo portato la cultura in montagna".
Ci tocca, quindi, stare a guardare mentre si organizza il 2029. Ci dicono che è un riconoscimento al valore del territorio. Certo, il valore c'è, è millenario. Ma il valore di una roccia non deve diventare l'alibi per ignorare il valore di una persona che vive in quella valle e che non ne può più di sentirsi dire che "il territorio è una risorsa" mentre la sua vita quotidiana è una fatica.
E allora?
Siamo contenti che la Val Camonica sia riconosciuta in tutta Italia? Certo che sì. Ma a che serve un titolo di plastica se sotto non c'è una struttura che regge? Vogliamo davvero essere la "Capitale della Cultura" in un territorio dove spesso manca la cultura del servizio al cittadino?
La domanda è semplice: vogliamo essere un parco giochi per turisti e un trofeo per i politici regionali, o vogliamo che questo riconoscimento diventi l'occasione per pretendere che i soldi arrivino davvero nelle tasche e nelle case di chi la valle la vive ogni giorno, e non solo di chi viene a visitarla per un weekend?