Il fatto
Confesercenti Lombardia Orientale ha rilanciato la richiesta di costruire una stazione dell'Alta Velocità nell'area tra Desenzano e Sirmione. L'obiettivo dichiarato è intercettare il flusso turistico internazionale e potenziare l'economia del Garda attraverso infrastrutture "decisive".
La storia
Provate a immaginare una domenica di luglio a Desenzano. Se non siete nati e cresciuti lì, probabilmente l'unica cosa che ricordate è l'incubo di cercare parcheggio per ore, con il sole che picchia e le code che arrivano fino alla statale. Hai capito bene: ore di vita buttate in macchina per arrivare in un posto che è già saturo, dove ogni centimetro di terra è stato venduto al miglior offerente.
Poi arrivano loro, quelli che decidono nelle stanze climatizzate, e dicono che la soluzione è un'altra stazione, un'altra opera colossale, più treni che sfrecciano a 300 all'ora. Immaginate la scena: un turista che arriva da Milano in venti minuti, scende dal treno e si ritrova comunque bloccato nel traffico di Sirmione perché, magicamente, l'Alta Velocità non ha ancora inventato il modo di far sparire le auto dalle strade strette del lago.
È la solita musica. Ci dicono che il turismo "cambia ritmo", che serve l'innovazione. Ma per chi vive e lavora qui, il ritmo è quello di chi deve fare i conti con una città che sta diventando un parco giochi per chi ha i soldi, mentre chi ci abita deve spostarsi sempre più lontano perché non può più permettersi un affitto in centro.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto centrale. Te lo spiego io come funziona: quando si parla di "infrastrutture decisive", non si sta parlando di rendere la vita più facile a chi prende il treno regionale per andare a lavorare a Brescia o Verona. No, qui si parla di flussi. Più persone che arrivano più velocemente, più hotel di lusso, più ristoranti per turisti, più servizi di fascia alta.
Chi incassa? Beh, è facile. Incassano i grandi proprietari di immobili, le catene alberghiere, chi gestisce i servizi di lusso e, ovviamente, chi vince gli appalti per costruire queste opere. Per loro, una stazione AV è una pompa di benzina che spinge più clienti verso i loro business. È un giro di soldi che ruota tra pochi attori che hanno già deciso per noi quale deve essere il "futuro" del nostro territorio.
E chi paga? Ancora noi. E non parlo solo dei soldi pubblici, che sono i nostri, usati per opere che servono a pochi. Parlo del costo reale. Paghiamo con il cemento che mangia l'ultimo pezzo di verde rimasto. Paghiamo con l'inquinamento acustico e visivo di un'opera che stravolge il paesaggio. Paghiamo con una pressione turistica che rende Desenzano e Sirmione posti inospitali per chi non è un turista.
Non è normale che l'unica soluzione proposta per "migliorare" il territorio sia sempre aggiungere un pezzo di ferro e cemento. Perché non si parla di potenziare i collegamenti locali? Perché non si parla di gestire meglio i flussi che già abbiamo, invece di cercarne di nuovi a ogni costo? Eppure basterebbe un po' di buon senso per capire che non si può continuare a gonfiare una bolla che prima o poi scoppierà.
Ci tocca guardare mentre il nostro lago viene trasformato in un hub logistico per l'alta velocità. Ci dicono che è per il "futuro economico", ma è un'economia che non guarda in faccia a chi pulisce le camere degli hotel o a chi guida i taxi tutto il giorno. È un'economia che guarda solo al fatturato di chi sta in cima alla piramide.
Qualcuno ha deciso che l'unica strada per crescere è correre più veloci. Ma correre dove? Verso un territorio dove non si riesce più a respirare, dove il costo della vita sale perché tutto è tarato sui prezzi dei visitatori internazionali e dove l'identità del luogo viene sacrificata sull'altare della "competitività".
E allora?
Siamo davvero convinti che l'unica soluzione ai nostri problemi sia un treno che va più forte? O è arrivato il momento di chiederci se non sia invece il caso di fermarsi un attimo e decidere, insieme, cosa vogliamo che diventi il Garda?
Vogliamo davvero vivere in un luogo progettato per chi passa, o vogliamo un territorio pensato per chi resta?