Il fatto
Sono stati presentati nuovi piani di riqualificazione per diverse aree della città e della provincia, con rendering di parchi sospesi, centri culturali e "hub dell'innovazione". Miliardi di investimenti previsti, scadenze che slittano e una serie di delibere approvate in stanze chiuse.
La storia
Te lo spiego io come funziona. Arriva il tecnico con la cartellina, magari uno che non ha mai preso l'autobus in vita sua, e ti mostra un disegno. "Guardate che meraviglia", ti dice. C'è l'erba dove ora c'è il cemento, ci sono le piste ciclabili che sembrano autostrade per biciclette e uffici di vetro che riflettono il sole. Sembra di stare a Singapore, non a Brescia.
Poi però succede la cosa di sempre. Tu che abiti in quella zona, che magari hai il negozio sotto casa o che parcheggi l'auto lì da vent'anni, ti svegli una mattina e trovi le transenne. Il cantiere parte, ma non per fare il parco, per fare il muro. Le strade diventano un labirinto, i tempi di percorrenza raddoppiano e quel "sogno" di cui parlavano nei giornali diventa l'incubo di chi deve andare a lavorare alle otto di mattina.
È la solita storia bresciana: si progetta per chi verrà tra vent'anni, o per chi viene da fuori a investire, ma ci si dimentica di chi ci vive oggi. Ci dicono che è per il "bene della comunità", ma a noi della comunità non ha chiesto niente nessuno. Qualcuno ha già deciso per noi che quel pezzo di quartiere doveva diventare "moderno", anche a costo di renderlo invivibile per chi lo ha reso vivo per decenni.
Chi paga, chi incassa
Qui viene il bello. Chi è che incassa davvero da questi "sogni"? Non siamo noi che ci ritroviamo con la polvere in casa e il traffico sotto il balcone. Incassano i grandi studi di architettura che vendono visioni, le società di costruzione che prendono i soldi pubblici per opere che spesso restano a metà, e i fondi immobiliari che comprano i terreni a quattro soldi sapendo che, una volta finito il "progetto visionario", il valore della zona salirà.
E noi? A noi tocca pagare. E non parlo solo delle tasse che finanziano queste opere. Parlo del costo della vita. Hai capito bene: quando un quartiere diventa "di tendenza" grazie a una riqualificazione decisa dall'alto, l'affitto della casa sale. Il proprietario del locale che faceva il caffè a un euro decide che ora è un "bistrot gourmet" e ti fa pagare tre euro per un espresso.
Non è normale che per rendere "bella" una zona si debba di fatto cacciare chi ci abita perché non può più permetterselo. Ancora noi, i residenti, a fare da sfondo per i rendering dei grandi investitori. Loro mettono la firma sul progetto, incassano l'appalto, e se poi il parco diventa un deserto di cemento o se l'hub dell'innovazione resta un guscio vuoto, loro sono già passati al progetto successivo in un'altra città.
Eppure basterebbe una cosa semplicissima: chiedere a chi quel quartiere lo calpesta ogni giorno. Basterebbe decidere insieme se serve davvero un museo dell'astrazione o se magari, per cominciare, servirebbe che i marciapiedi non fossero rotti e che ci fosse un parcheggio che non richiedesse una laurea in strategia militare per essere trovato.
Invece preferiscono le "visioni". Perché le visioni sono comode: non hanno odore, non fanno rumore e, soprattutto, non hanno bisogno del consenso di chi deve subirle. Il conflitto è chiaro: da una parte c'è chi vede il territorio come una scacchiera per fare profitto, dall'altra c'è chi lo vive come casa. E in questa partita, noi siamo sempre i pedoni che vengono sacrificati per far fare scacco matto al fondo d'investimento di turno.
E allora?
Possiamo continuare a guardare i disegni colorati e sperare che, per magia, la nostra vita migliori mentre ci spostano i pali della luce e ci chiudono le strade. Oppure possiamo iniziare a chiederci: questo sogno di chi è?
Perché se il sogno non include chi ci vive, allora non è un progetto di città, è solo un'operazione immobiliare travestita da cultura. Non è troppo tardi per svegliarsi, ma bisogna farlo prima che abbiano asfaltato anche l'ultimo centimetro di realtà.