Il fatto
A Brescia ci sono 232 scuole dell'infanzia paritarie, 120 asili nido e 90 sezioni primavera. In totale, 18mila bambini e 2mila dipendenti. In pratica, queste scuole coprono due terzi del fabbisogno di tutta la provincia.
La storia
Facciamo finta di essere un genitore qualunque qui a Brescia. Ti svegli, devi portare il bambino a scuola e scopri che l'asilo comunale è pieno, non c'è posto o è troppo lontano. Che fai? Non puoi lasciare il piccolo in salotto mentre vai a lavorare. Allora cerchi la paritaria più vicina, quella che magari conosci perché organizza il "Seridò" o perché è un punto di riferimento nel quartiere da sessant'anni.
Entri, vedi che funziona, vedi che i bambini sono curati e che le maestre ci mettono la faccia. Ti senti sollevato perché hai trovato una soluzione. Ma poi arriva il momento di fare i conti. Ti rendi conto che, nonostante queste scuole siano "indispensabili" per far girare la città, il sostegno che arriva dall'alto è un miraggio o, peggio, una goccia nel deserto.
È la storia di migliaia di famiglie bresciane che ogni mese si chiedono come far quadrare i conti, mentre si sentono dire che queste scuole sono "un'architrave del territorio". Bello l'architrave, ma chi tiene su il peso dei costi?
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto, te lo spiego io. Le scuole paritarie non sono un "lusso" per chi vuole l'istruzione privata, sono diventate il tappo che chiude il buco lasciato dallo Stato e dai Comuni. Se domani sparissero le paritarie a Brescia, il sistema crollerebbe in dieci minuti. Non ci sarebbe posto per un bambino su tre. Hai capito bene: un terzo dei nostri figli resterebbe senza scuola.
Eppure, nonostante questo servizio fondamentale, qualcuno ha già deciso per noi che i fondi non devono bastare. Si parla di "parità giuridica ed economica", ma è una parola che usano nei convegni. Nella realtà, la parità economica significa che lo Stato dovrebbe dare alle paritarie le stesse risorse che dà alle scuole pubbliche. Ma succede davvero? No, non succede.
Allora, chi paga il conto? Ci tocca ancora a noi. Pagano i genitori con le rette, che aumentano perché le spese di gestione, le bollette e gli stipendi dei 2mila dipendenti non scendono. Pagano le scuole che devono fare i salti mortali per mantenere gli edifici e pagare le maestre, spesso sperando in qualche contributo che arriva tardi o non arriva affatto.
Chi incassa? Beh, chi decide di non investire nel pubblico e si siede comodo sapendo che il "Terzo Settore" (termine elegante per dire "quelli che si arrangiano") risolverà il problema. È comodissimo per chi sta nei palazzi: non devono costruire nuovi asili, non devono assumere più personale comunale, perché sanno che le paritarie, per senso del dovere o per sopravvivenza, continueranno a fare il lavoro sporco.
Non è normale che un servizio così essenziale debba dipendere dalla capacità di una famiglia di pagare una retta o dalla buona volontà di un'associazione. Se queste scuole sono "indispensabili", come dicono loro stesse, allora perché vengono trattate come un optional quando si tratta di staccare gli assegni?
Eppure basterebbe riconoscere davvero quella parità di cui si riempiono la bocca. Basterebbe che i soldi seguissero il bambino e non l'edificio, indipendentemente da chi gestisce la scuola. Ma invece preferiscono lasciarci in questo limbo dove le scuole paritarie fanno il lavoro dello Stato, ma i costi restano sulle spalle dei bresciani.
E allora?
Sessant'anni di storia sono tanti, e il lavoro fatto per i bambini di Brescia è indiscutibile. Ma possiamo continuare a festeggiare mentre le famiglie faticano a pagare le rette perché lo Stato non fa la sua parte? Chi è che sta davvero sostenendo l'educazione dei nostri figli: la politica o il portafoglio dei genitori?