Il fatto
Nelle zone industriali della periferia bresciana, oltre la tangenziale, i parcheggi isolati diventano a notte fonda il punto di ritrovo per coppie e singoli in cerca di incontri clandestini. Un viavai di auto tra i capannoni, lontano dagli sguardi, dove i sedili ribaltati sostituiscono le stanze di casa.
La storia
Immaginate la scena. Siete in auto, tornate dal turno di notte o state andando a prendere qualcuno. Passate per quelle zone dove i lampioni sono a singhiozzo e i capannoni sembrano fantasmi di cemento. E lì, in fila, trovate decine di macchine con i fari spenti, i vetri appannati e quel silenzio che pesa. Hai capito bene: non è un raduno di appassionati di motori, ma un vero e proprio "quartiere" notturno del sesso.
C'è chi ci va per gioco, chi per noia, chi perché non ha un posto dove stare senza che il vicino di casa o la suocera sappiano tutto. Gente che sembra impeccabile di giorno, che magari lavora in ufficio o in fabbrica qui a Brescia, ma che appena cala il buio ha bisogno di scappare in un parcheggio polveroso per sentirsi libera. È quasi comico, se non fosse triste.
Te lo spiego io come funziona: ti sposti dove non c'è nessuno, dove l'unica cosa che ti guarda è un muro di mattoni forati o una recinzione arrugginita. È l'unica "zona franca" rimasta in una città dove ogni centimetro è controllato, recintato o troppo costoso per essere vissuto.
Chi paga, chi incassa
Ora, fermiamoci un attimo. Qualcuno dirà: "Ma chi se ne frega, sono affari loro". Certo, la privacy è sacra, ma guardate dove succede. Succede nei buchi neri della nostra città. Qualcuno ha già deciso per noi che la periferia deve essere solo un insieme di capannoni, asfalto e polvere. Abbiamo creato zone morte, luoghi che di giorno servono a produrre bulloni e di notte diventano l'unico rifugio per chi non ha spazi di aggregazione o di intimità.
Chi incassa qui? Nessuno, se non forse chi gestisce i locali della movida poco lontani, che scaricano il "troppo pieno" di persone in queste zone di confine. Ma chi paga? Ci tocca pagare a noi, i cittadini, il prezzo di una pianificazione urbana fatta solo per le macchine e per le aziende. Quando una zona diventa "solo industriale", smette di essere parte della città. Diventa un non-luogo, un posto dove è normale che avvenga l'illegalità o l'estremismo della solitudine.
Non è normale che per trovare un momento di condivisione o di avventura si debba finire in un parcheggio oltre la tangenziale, tra i fumi delle industrie e il rischio di trovarsi in mezzo a situazioni poco chiare. Ancora noi a rassegnarci all'idea che la periferia sia solo il posto dove "nascondersi" perché nel centro o nei quartieri residenziali tutto è troppo rigido, troppo sorvegliato o semplicemente troppo costoso.
Eppure basterebbe pensare che una città non è fatta solo di uffici e dormitori. Basterebbe creare spazi pubblici che non siano solo piazze di cemento per le sfilate, ma luoghi vivi, sicuri, dove le persone possano incontrarsi senza dover ribaltare il sedile di una Panda per non farsi vedere. Invece abbiamo lasciato che il buio della periferia diventasse l'unica soluzione per chi cerca un po' di vita.
Il conflitto è semplice: da una parte c'è chi decide come deve essere fatta la città (più capannoni, più tangenziali, più recinzioni) e dall'altra c'è chi, tra queste maglie strette, cerca un buco per respirare. Il risultato è che il "desiderio" finisce per abitare nel degrado, perché è l'unico posto che gli è rimasto a disposizione.
E allora?
Siamo davvero contenti di vivere in una città dove l'intimità e l'incontro devono per forza spostarsi "oltre la tangenziale" per non dare fastidio a nessuno? Fino a quando accetteremo che i nostri spazi di vita siano ridotti a parcheggi polverosi tra i capannoni?