Il fatto
A Erbusco si è tenuto l'Innovation Workshop, un incontro dedicato a parlare di innovazione, nuove tecnologie e sviluppo per il territorio. Un evento organizzato per discutere di come far evolvere l'economia locale attraverso strumenti moderni e nuove visioni strategiche.
La storia
Immaginate la scena. Voi siete lì, magari in bottega, in azienda o a gestire un piccolo fondo, con le mani sporche di grasso o di terra, a cercare di capire come far quadrare i conti a fine mese con i costi che salgono e la burocrazia che ti strozza. E poi, all'improvviso, scoprite che c'è un "workshop". Hai capito bene: un workshop. Perché a Erbusco, evidentemente, non bastano più le riunioni al bar o le chiacchiere in piazza, serve una parola inglese per far sembrare che stia succedendo qualcosa di rivoluzionario.
È la solita storia: arrivano persone che parlano una lingua che sembra uscita da un manuale di istruzioni di un computer, parlano di "vision", di "ecosistemi" e di "digitalizzazione". Intanto, fuori dalla sala, c'è chi si chiede se la strada davanti al negozio verrà mai riparata o se l'impresa familiare riuscirà a sopravvivere a un altro anno di incertezza. Non è normale che per parlare di futuro si debba usare un vocabolario che metà della popolazione non usa nemmeno per scherzo.
Il problema non è l'innovazione in sé. Certo che serve. Ma c'è un modo per farla e c'è un modo per "recitarla". Quando l'innovazione diventa un evento a calendario, con le slide colorate e i termini tecnici, smette di essere uno strumento per migliorare la vita della gente e diventa un modo per far sentire chi organizza "al passo con i tempi".
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto. Qualcuno ha già deciso per noi cosa sia l'innovazione. Hanno deciso che l'innovazione si fa chiudendosi in una stanza con degli esperti, invece di andare a bussare alle porte di chi produce davvero ricchezza in Franciacorta. Te lo spiego io come funziona: c'è chi organizza questi eventi e chi ne trae prestigio. Chi incassa è chi può dire: "Abbiamo portato l'innovazione a Erbusco", mettendo un timbro di modernità sulla propria gestione.
E chi paga? Ancora noi. Non parlo solo di soldi, che spesso escono da fondi che dovrebbero servire a cose più concrete. Parlo di tempo e di fiducia. Paghiamo con l'illusione che basti un workshop per cambiare le cose. Ci fanno credere che se impariamo a usare l'ultima app o se ascoltiamo un consulente che parla di "strategie integrate", magicamente i problemi strutturali spariranno. Ma l'innovazione senza i soldi per investire, senza sgravi reali e senza una semplificazione della vita quotidiana è solo fuffa.
Chi decide queste agende? Gente che probabilmente non ha mai dovuto gestire un dipendente in crisi o l'ansia di una bolletta che raddoppia. Ci tocca sempre questo schema: l'alto che spiega al basso come deve evolversi. "Vieni qui che ti spieghiamo come devi innovare la tua azienda", dicono. Ma chi è che spiega a loro come funziona davvero il mercato di Erbusco? Chi spiega loro che l'innovazione più grande sarebbe togliere d'impaccio metà delle carte che dobbiamo firmare per ogni minima operazione?
C'è un conflitto invisibile ma violentissimo tra l'innovazione "di facciata", quella dei workshop e dei convegni, e l'innovazione "di trincea", quella di chi trova un modo geniale per risparmiare energia o per vendere un prodotto in tutto il mondo partendo da un garage. La prima serve a chi vuole apparire moderno; la seconda serve a chi vuole sopravvivere. E purtroppo, in questi eventi, la seconda versione viene quasi sempre ignorata o trattata come un "caso studio" da analizzare, invece che come il vero motore del territorio.
Eppure basterebbe ribaltare la prospettiva. Invece di chiamare gli esperti per dirci cosa fare, basterebbe chiedere a chi lavora: "Di cosa hai bisogno per lavorare meglio?". Ma questo richiederebbe di ascoltare, non di parlare. E parlare è molto più facile, specialmente se lo fai davanti a un microfono in una sala climatizzata.
E allora?
Quindi, dopo il workshop, cosa resta a Erbusco? Qualche slide salvata su un computer, qualche contatto scambiato tra persone che parlano la stessa lingua "corporate" e la sensazione che sia successo qualcosa di importante. Ma i problemi di chi produce, di chi vende e di chi vive qui sono rimasti esattamente gli stessi di prima che iniziasse la prima presentazione.
La domanda è semplice: l'innovazione serve a rendere la vita più facile a chi lavora, o serve solo a far sentire più importanti quelli che organizzano i workshop? Ci rispondete o dobbiamo aspettare il prossimo evento per saperlo?