Il fatto

La Regione ha ufficialmente dichiarato chiuso lo stato di alto rischio incendi, attivo dal 31 marzo. Il motivo? Qualche nuvola e un po' di pioggia che hanno bagnato il terreno, facendo presumere che il pericolo sia passato.

La storia

Te lo spiego io come funziona: siamo in Camunia, o magari in una valle bresciana qualsiasi, e per mesi abbiamo avuto il fiato sospeso. Guardi il bosco e vedi che è secco, che sembra carta velina. Poi arrivano due piogge leggere, quelle che non bastano nemmeno a lavare la macchina, e improvvisamente qualcuno in un ufficio a Milano decide che "il rischio è calato". Hai capito bene: bastano due gocce per dire che siamo al sicuro.

Ma la realtà è che chi vive qui, chi cammina per i sentieri o chi ha il capanno in montagna, sa che la situazione non cambia con un decreto. Abbiamo visto i fumi neri a Monte Rotondo durante Pasqua, abbiamo visto i volontari della Protezione Civile sudare per fermare un incendio di 7mila metri quadri mentre gli altri erano a pranzo con la famiglia. Quella è la nostra normalità: aspettare che succeda il disastro per poi correre a spegnerlo.

Ancora noi. Ancora i volontari, ancora chi mette a rischio la pelle perché il bosco è abbandonato. Non è normale che l'unica notizia che riceviamo sia "l'allerta è finita", come se il problema fosse il meteo e non come gestiamo il nostro territorio.

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto: chi decide per noi? Qualcuno ha deciso che, siccome piove, l'emergenza è finita. Ma l'emergenza non è la pioggia, l'emergenza è che i nostri boschi sono diventati delle polveriere. E mentre la Regione firma un foglio per chiudere l'allerta, chi è che paga il prezzo vero?

Paga chi vede bruciare il proprio pezzo di montagna. Paga chi respira fumo per giorni. Ma soprattutto paga chi, ogni anno, vede che non viene fatto nulla per la prevenzione. Eppure basterebbe pulire i sottoboschi, gestire le aree a rischio, investire in manutenzione costante invece di spendere milioni in elicotteri e mezzi di emergenza quando ormai le fiamme sono alte dieci metri.

Chi incassa? Beh, incassa chi gestisce i fondi per le "emergenze". Perché l'emergenza è comoda: permette di muovere soldi velocemente, di fare annunci eclatanti, di mandare le squadre in azione sotto i riflettori. La manutenzione, invece, è noiosa. Non fa notizia. Non c'è il generale che comanda l'operazione. È un lavoro silenzioso, quotidiano, che però eviterebbe che 7mila metri quadri di bosco diventino cenere in un pomeriggio di Pasquetta.

Ci tocca sempre fare questo gioco: allerta, incendio, spegnimento, fine allerta. E poi si ricomincia. È un ciclo infinito dove chi decide sta seduto in un ufficio e chi subisce sta in mezzo al fumo. Non è possibile che la sicurezza del nostro territorio dipenda solo dal fatto che "ha fatto capolino" un po' di pioggia.

Non è normale che l'unico modo per ridurre il rischio sia sperare nel meteo. Se il rischio cala solo perché piove, significa che non abbiamo alcun controllo reale sulla nostra terra. Siamo in balia delle nuvole, mentre i soldi per la prevenzione spariscono in qualche capitolo di spesa che non vediamo mai.

E allora?

Quindi, siamo contenti che l'allerta sia chiusa? Certo, meno fiamme sono meglio. Ma la domanda che dobbiamo farci è: cosa faremo da domani fino al prossimo 31 marzo? Aspetteremo che torni il sole per rientrare nel panico o pretendiamo che qualcuno smetta di giocare a "spegni il fuoco" e inizi a occuparsi di chi quel fuoco lo previene?

Chi ha deciso che siamo al sicuro lo ha fatto guardando le previsioni del tempo. Noi invece dovremmo guardare i boschi. E i boschi ci dicono che non basta un po' di pioggia per dormire sonni tranquilli.

[image_prompt]A realistic photojournalistic shot of a tired volunteer of the Civil Protection in the mountains of Brescia, wearing a dirty orange uniform, looking at a charred area of a forest with a worried expression, overcast sky, authentic Italian rural landscape.[/image_prompt] [tags]incendi,ambiente,territorio,regione lombardia,camunia[/tags] [category]territorio[/category]