Il fatto
Il Comune di Lavenone ha pubblicato il bando per dare in concessione il Bar della Piazza in via Nazionale. Canone zero, bollette pagate e pulizie a carico dell'ente per un valore di 13mila euro l'anno. In cambio, il gestore deve accettare orari rigidi, listini prezzi concordati con il Comune e l'obbligo di organizzare eventi culturali.
La storia
Immaginate la scena. Siete a Lavenone, passate davanti a quel locale chiuso da una vita. Un posto che dovrebbe essere il cuore del paese, dove ci si scambia due parole sul tempo o sul lavoro, e invece è lì, a prendere polvere, a ricordare a tutti che qualcuno ha deciso che quel luogo non serviva più, o che non sapevano come gestirlo.
Poi, all'improvviso, esce il bando. "Vogliamo rilanciare lo spazio di aggregazione", dicono. Bellissime parole. Ma provate a leggere tra le righe. Non stanno cercando un imprenditore, non stanno cercando un barista che abbia voglia di fare impresa. Stanno cercando qualcuno che faccia il lavoro sporco, che tenga pulito il marciapiede e che accetti di essere il "braccio operativo" di un ufficio comunale, il tutto travestito da opportunità di business.
Perché, te lo spiego io, quando un posto resta chiuso per anni e poi viene riaperto con queste modalità, non è quasi mai per il bene dei cittadini. È per poter dire "abbiamo riaperto il bar", mentre in realtà stanno scaricando la gestione di un servizio pubblico su un privato, legandolo con una catena di obblighi che farebbero tremare chiunque abbia mai servito un caffè in vita sua.
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto. A prima vista sembra l'affare del secolo: non paghi l'affitto e non paghi la luce. Tredicimila euro di risparmio l'anno. Sembra che il Comune sia generoso, vero? Hai capito bene, ma è qui che casca l'asino. In cambio di questi soldi (che comunque sono soldi pubblici, quindi sono i nostri), il gestore diventa quasi un dipendente comunale senza stipendio.
Leggete bene gli obblighi: il gestore deve rispondere entro 24 ore a ogni richiesta di "accoglimento" per eventi culturali. Sì, avete letto bene: 24 ore. Se il Comune decide che domani deve esserci una lettura di poesie o un torneo di briscola per anziani, il gestore deve fare spazio, organizzare e gestire. Non può dire "no, ho il locale pieno" o "non mi conviene". Deve esserci. Punto.
E non finisce qui. Il listino prezzi non lo decide chi rischia i propri soldi, ma deve essere "concordato con l'Amministrazione". In pratica, se il prezzo del latte o del caffè sale, il gestore deve andare a chiedere il permesso in Comune per alzare il prezzo di dieci centesimi. Non è normale che un ente pubblico voglia decidere quanto deve costare un cornetto in un'attività privata, anche se è in concessione.
Poi ci sono le pulizie, lo sfalcio dell'erba, le manutenzioni esterne una volta a settimana. Il Comune dice di pagare 13mila euro per queste cose, ma poi mette l'obbligo in testa al gestore. In pratica, se l'erba cresce troppo, il primo a essere sgridato è il barista. Ci tocca sempre vedere questa danza: il Comune mette i soldi (i nostri), ma il controllo totale e il potere di decisione restano nelle mani di chi sta dietro una scrivania e non ha mai tenuto in mano una pressa per il caffè.
Quindi, chi incassa davvero? Incassa l'Amministrazione, che si toglie il problema di un locale abbandonato e si assicura un "centro polifunzionale" che funziona senza dover assumere personale proprio. Chi paga? Paga il gestore, che accetta di essere un ostaggio del Comune per cinque anni, e paghiamo noi, perché un servizio gestito con questi vincoli rischia di diventare un guscio vuoto, un posto dove si va perché "è obbligatorio" e non perché è vivo.
Ancora noi a vedere queste operazioni dove l'imprenditorialità locale viene soffocata da regolamenti che sembrano scritti per un caserma più che per un bar di paese. Eppure basterebbe fare un bando serio: date il locale a chi ha un'idea, chiedete un canone onesto che serva a migliorare il paese, e lasciate che il barista faccia il barista, non l'organizzatore di eventi forzato.
E allora?
Siamo davvero convinti che un bar "calmierato" e gestito a comando sia lo spazio di aggregazione di cui Lavenone ha bisogno? O stiamo solo creando un altro ufficio comunale con la macchina del caffè, dove l'unica cosa che aggrega è la frustrazione di chi prova a lavorare in queste condizioni?
Chi sarà il coraggioso (o l'incosciente) che firmerà questo contratto? E soprattutto, tra cinque anni, quando scadrà la concessione, chi ci garantisce che non tornerà a essere un locale chiuso e polveroso perché l'esperimento del "bar-ufficio" è fallito?