Il fatto

Il 18 aprile al centro Cantiere 26 di Arco si tiene "Un'altra nota", un evento sulla disabilità con stand di associazioni, basket in carrozzina e un concerto di Eugenio Finardi. L'iniziativa è organizzata da diverse cooperative e associazioni con il patrocinio del Comune e vari enti locali.

La storia

Immaginate la scena. Sabato pomeriggio, musica, emozione, un grande artista sul palco e tante persone che si stringono la mano per dire che "siamo tutti uguali". È tutto molto bello, non c'è che dire. Ci piace pensare che basti un pomeriggio di condivisione per abbattere le barriere, che basti un canestro fatto in carrozzina per sentirsi parte della comunità. Ma provate a chiedere a chi vive a Brescia o nelle valli del Garda cosa succede il lunedì mattina.

Il lunedì mattina non c'è Finardi. C'è il genitore che deve lottare per un trasporto assistito che non arriva, c'è l'operatore che lavora per una paga da fame perché "lo fa per passione", c'è la persona con disabilità che scopre che quel marciapiede, che nell'evento "inclusivo" sembrava perfetto, in realtà è un muro insormontabile per chi non ha gambe che funzionano.

Te lo spiego io: l'evento è la vetrina, ma la vita vera succede dietro le quinte, dove l'inclusione non è un concerto, ma è avere un servizio che funziona senza dover fare i santi o i supplicanti ogni volta che serve un aiuto di base.

Chi paga, chi incassa

Qui arriviamo al punto. Qualcuno ha già deciso per noi che il modo migliore per "parlare di disabilità" sia organizzare un evento. Certo, il patrocinio del Comune c'è, il sostegno della Cassa Rurale e dell'APT c'è. Ma chi paga davvero il prezzo della disabilità ogni giorno?

Pagano le famiglie. Pagano i volontari che coprono i buchi lasciati dallo Stato. Pagano gli operatori di quelle cooperative che organizzano l'evento, persone che spesso fanno il lavoro di tre persone con le risorse di mezza. Non è normale che per parlare di diritti si debba fare affidamento sulla "generosità" di un artista o sulla buona volontà di qualche associazione.

Chi incassa? Beh, chi si prende la foto con il musicista famoso e può dire: "Guarda come siamo attenti all'inclusione nel nostro territorio". È facile mettere un logo su un manifesto, è molto più difficile mettere i soldi dove servono davvero: nell'assistenza domiciliare, nei centri diurni che non siano solo "parcheggi" per persone, nei trasporti che non siano un'odissea.

Ci tocca sempre questa storia: l'evento che serve a "sensibilizzare". Ma hai capito bene? Sensibilizzare cosa? Siamo già sensibilissimi. Siamo sensibilissimi a capire che mancano i fondi, che i tempi di attesa per i supporti sono infiniti, che l'accessibilità di una città spesso è solo un pezzo di carta firmato in un ufficio tecnico senza che nessuno sia mai sceso in strada con una carrozzina.

Eppure basterebbe smettere di pensare alla disabilità come a un "tema" da trattare in un pomeriggio di festa e iniziare a considerarla come un costo fisso, un diritto certo, un servizio che deve esserci a prescindere dal fatto che ci sia un concerto o meno. Invece preferiamo il "ponte concreto" della musica, che è poetico, ma non ti aiuta a salire su un autobus se la pedana è rotta.

Ancora noi, a rincorrere l'emozione per coprire la mancanza di gestione. Il rischio è che, dopo l'applauso finale per Finardi, ognuno torni a casa sua e chi resta indietro continui a restare indietro, con la consolazione di aver partecipato a un evento "molto intenso". L'intensità non paga le bollette e non sostituisce un assistente.

E allora?

Il concerto è un'ottima cosa, la musica unisce e fa bene al cuore. Ma chiediamoci: dopo il 18 aprile, cosa cambia concretamente per chi vive la disabilità ad Arco o a Brescia? Le barriere architettoniche spariranno per magia grazie a una canzone?

Vogliamo continuare a chiamarla "inclusione" quando è solo un evento di un giorno, o iniziamo a pretendere che l'inclusione sia un servizio pubblico garantito, pagato e funzionante 365 giorni l'anno?