Il fatto

I dati di Confindustria sono chiari: in provincia di Brescia cresce la domanda di lavoratori somministrati. I più richiesti sono i conduttori d’impianti (22,9%) e gli operai specializzati (20,4%). È il primo segnale di crescita dal primo semestre del 2023.

La storia

Immaginate il classico scenario di una zona industriale tra Castenedolo e hinterland. C'è l'officina che ha i carichi di lavoro che esplodono, i macchinari che devono girare h24 e il titolare che dice di non trovare più nessuno. "Non c'è più voglia di lavorare", dicono al bar. Poi però, magicamente, appaiono i furgoncini delle agenzie di somministrazione che scaricano ragazzi in tuta blu, pronti a partire lunedì mattina.

Te lo spiego io come funziona: il lavoratore arriva in azienda, impara il mestiere, suda, risolve i problemi della produzione, ma sulla busta paga non c'è scritto il nome della fabbrica dove passa dieci ore al giorno. C'è scritto il nome di un'agenzia che ha sede a chilometri di distanza. Il ragazzo è lì, fa parte della squadra, ma è un "ospite". Un ospite che però, se l'impianto si rompe alle tre di notte, è quello che deve rimetterci le mani.

È la storia di migliaia di bresciani che vivono in questo limbo. Gente che conosce ogni bullone di quell'azienda, che ha i rapporti con i colleghi, ma che ogni sei mesi deve chiedersi se il contratto verrà rinnovato o se l'agenzia deciderà che è ora di spostarlo in un'altra officina a trenta chilometri di distanza, costringendolo a cambiare strada e orari senza che nessuno gli chieda se gli sta bene.

Chi paga, chi incassa

Qui arriviamo al punto. Qualcuno ha già deciso per noi che il modo più efficiente di far girare l'economia bresciana sia questo. Ma guardiamoci in faccia: chi incassa davvero da questa "crescita" che Confindustria festeggia? L'agenzia di somministrazione incassa una commissione su ogni ora lavorata. Prende una percentuale del valore di quel lavoratore, senza assumersi il rischio reale di un contratto a tempo indeterminato che pesi sul bilancio a lungo termine.

L'azienda, invece, ha il coltello dalla parte del manico. Può chiamare dieci persone oggi e rimandarle a casa domani se l'ordine del cliente americano salta. Non è normale che in una provincia che produce miliardi, il modo principale per tornare a crescere sia usare i lavoratori come se fossero dei pezzi di ricambio, da montare e smontare a seconda della convenienza del mese.

E poi c'è chi paga. Ci tocca, ancora una volta, accettare che la stabilità sia un lusso per pochi. Il lavoratore somministrato paga con l'ansia. Paga con la difficoltà di chiedere un mutuo in banca perché, nonostante lavori da due anni nello stesso posto, per l'istituto di credito è un "precario". Paga con la sensazione di essere un cittadino di serie B all'interno della stessa officina dove il collega assunto a tempo indeterminato ha i diritti e le tutele.

Eppure basterebbe un po' di coraggio. Basterebbe che queste imprese, visto che la domanda di lavoro è così alta e i profili sono così necessari (parliamo di operai specializzati, gente che sa fare le cose!), decidessero di investire sulle persone. Invece di pagare una commissione a un intermediario, potrebbero usare quei soldi per dare un contratto vero, creare un legame di fedeltà e far sentire il lavoratore parte di un progetto, non un numero in un database di un'agenzia.

Hai capito bene: stiamo festeggiando il fatto che le aziende "chiedono" più persone, ma lo fanno attraverso un filtro che protegge il datore di lavoro e lascia scoperto l'operaio. È una crescita che non crea radici, ma solo contratti a scadenza. È un modo di fare impresa che guarda al prossimo trimestre, non ai prossimi dieci anni della vita di un ragazzo di Brescia.

Il conflitto è semplice: da una parte c'è la flessibilità totale (che per chi decide significa "posso licenziarti senza troppi pensieri"), dall'altra c'è la vita reale di chi deve pagare l'affitto e crescere i figli. E in questo scontro, l'agenzia di somministrazione è l'unica che vince sempre, a prescindere che l'economia vada bene o male.

E allora?

Siamo davvero contenti che i numeri salgano se l'unico modo per farlo è continuare a usare il lavoro a chiamata come se fossimo in un mercato delle pulci? Possiamo continuare a chiamare "segno positivo" una statistica che conferma solo quanto siamo diventati bravi a non dare garanzie a chi produce la ricchezza di questa provincia?

[og_title]Lavoro a Brescia: crescono i somministrati, ma chi vince? [og_description]Confindustria festeggia l'aumento delle richieste di operai. Ma perché non assumono direttamente? Te lo spieghiamo noi. [twitter_title]Brescia: più lavoro, ma sempre più precario? [twitter_description]Cercano operai specializzati a palate, ma passano dalle agenzie. Una crescita che conviene a pochi e lascia l'operaio nell'ansia. #Brescia #Lavoro #BastaCosì [image_prompt]A realistic photojournalistic shot of a tired Italian factory worker in a blue jumpsuit, standing in front of a large industrial warehouse in Brescia, looking thoughtfully at the camera, natural lighting, gritty urban industrial atmosphere. [tags]lavoro, Brescia, Confindustria, precariato, industria [category]lavoro[/category]