Il fatto
Il Comune di Lavenone ha pubblicato il bando per assegnare in concessione il Bar della Piazza in via Nazionale. Il contratto dura cinque anni: il gestore non paga l'affitto e ha bollette e pulizie coperte per un valore di 13.000 euro l'anno. In cambio, deve garantire orari fissi, manutenzione del verde e un listino prezzi calmierato concordato con l'amministrazione.
La storia
Immaginate la scena. Passate per via Nazionale a Lavenone e vedete quel locale chiuso da una vita. Un posto che dovrebbe essere il cuore del paese, dove ti siedi a due chiacchiere con il vicino, dove porti il bambino a prendere un gelato o dove l'anziano va a leggere il giornale senza sentirsi un peso. Invece, per anni, abbiamo avuto solo serrande abbassate e polvere.
Ora, all'improvviso, qualcuno ha deciso che è ora di riaprire. Ma non è una riapertura qualsiasi. Non è "metti su un'attività, rischia i tuoi soldi e vedi se tiri avanti". No, qui siamo nel regno del "ti do tutto io, ma poi fai esattamente come dico io". Te lo spiego io: è l'ennesimo esempio di come si pensi che per creare "aggregazione" basti un bando scritto in linguaggio burocratico e qualche migliaio di euro di sgravi.
Perché, diciamocelo, chi è che oggi apre un bar sapendo che deve rispondere entro 24 ore a ogni richiesta di "accoglimento" di eventi culturali? Chi ha voglia di gestire un'attività dove l'orario è deciso a tavolino e dove, se vuoi alzare il prezzo di un cornetto perché il fornitore ti ha aumentato i costi, devi chiedere il permesso al Comune entro il 30 giugno?
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto. Chi paga? Beh, paghiamo noi. Quei 13.000 euro l'anno per bollette, pulizie e sfalcio dell'erba non piovono dal cielo. Sono soldi pubblici, soldi delle nostre tasse, che vengono usati per mantenere un locale che, per ora, è un guscio vuoto. Ancora noi che finanziamo l'esperimento.
E chi incassa? Il futuro gestore, certo, che si trova un regalo fatto e confezionato: canone zero, utenze pagate, zero rischi d'affitto. Sembra l'affare della vita, no? Hai capito bene. Ma c'è un trucco. Il gestore non è un imprenditore, diventa quasi un dipendente del Comune senza stipendio fisso, un "esecutore" di volontà amministrative.
Il conflitto è tutto qui: l'amministrazione vuole il merito politico di aver "riaperto il bar" e di aver creato un "centro di aggregazione", ma non vuole che il gestore sia libero di gestire l'attività secondo le leggi del mercato. Vogliono il controllo totale, fino al centesimo del listino prezzi. Qualcuno ha già deciso per noi che il prezzo di un caffè deve essere "calmierato", come se l'economia di un piccolo paese funzionasse per decreto.
Non è normale che per rilanciare un luogo si debba arrivare a pagare le bollette al privato. Perché non si è investito prima in una struttura che fosse sostenibile da sola? Perché invece di creare condizioni che attirino un bravo barista, un vero professionista che voglia investire nel paese, si crea un sistema di "assistenzialismo" dove il Comune tiene il guinzaglio corto?
Ci tocca guardare a questo bando e chiederci: ma un gestore serio, uno che sa cosa significa stare dietro un bancone dalle sei del mattino, accetterà mai di essere trattato come un geometra di turno che deve "sfalciare il verde" una volta a settimana per non perdere la concessione? O attireremo solo chi è interessato al regalo dei 13.000 euro, senza troppa voglia di fare cultura o aggregazione?
Eppure basterebbe cambiare approccio. Invece di fare i "generosi" con i soldi pubblici per pagare la luce, si potrebbe rendere il locale appetibile con sgravi fiscali reali o investimenti strutturali che restino al Comune, lasciando che chi lavora decida come vendere i suoi prodotti. Invece no, preferiscono il controllo: il listino concordato, l'obbligo di risposta in 24 ore, l'orario blindato.
E allora?
Siamo sicuri che questo modo di fare porterà davvero la gente in piazza a Lavenone, o stiamo solo creando un ufficio per il caffè pagato con le nostre tasse?
Vogliamo davvero un bar gestito come un ufficio comunale, o vogliamo un luogo vivo dove chi lavora è libero di crescere e di far crescere il paese?